Il dibattito sulla famiglia: quando l’amore non basta

Il dibattito sulla famiglia: quando l’amore non basta

Le recenti vicende legate all’approvazione in Parlamento del Decreto Legge che regola le unioni civili hanno animato molte discussioni, con toni anche molto accesi, a proposito di cosa significa essere una famiglia, di chi può dirsi genitore, di che cosa ha bisogno un bambino per crescere serenamente.

Troppo spesso, purtroppo, questi temi, così delicati, sono stati trattati senza alcuna conoscenza delle basi della psicologia infantile e familiare.

È comprensibile: sono temi “caldi”, anche perché ognuno di noi essendo figlio, se non genitore, si sente legittimato a dire la propria, si sente chiamato in causa non solo nelle proprie convinzioni, religiose o politiche che siano, ma anche nella propria esperienza di famiglia, con tutto il carico emotivo che questa porta con sé.

Proviamo allora a chiarire qualche punto. Spesso mi è capitato di leggere affermazioni simili a “per essere una famiglia, basta volersi bene… l’amore è l’unica cosa che conta”. Non sono d’accordo.

Per lavoro, incontro molto frequentemente genitori, o coppie, che nutrono forti sentimenti di affetto o di amore per l’altro, figlio e/o partner.

Eppure,nonostante l’amore espresso o dichiarato, il bambino soffre, la relazione è disturbata, la crescita si inceppa, non si sta bene. L’amore non basta.

Per un genitore, serve la capacità di cura, serve sapersi assumere quella fondamentale funzione di contenitore emotivo e di guida normativa di cui ogni bambino ha bisogno per crescere.

Serve potersi chiamare responsabili, e per far questo, anche se pare banale dirlo, occorre essere diventati adulti (che, come cantava Battiato, si può riuscire ad invecchiare senza diventare adulti…).

Ho parlato di “funzione” genitoriale, ovvero di un insieme di atteggiamenti, comportamenti, modalità di relazione, capacità, che rendono un uomo o una donna “genitore”.

Queste caratteristiche, come sostengono molti psicologi e psicoanalisti (penso ad esempio a Massimo Recalcati), prescindono dal genere; non appare fondamentale, cioè, essere maschi o femmine per potersi assumere la responsabilità (oltre che la gioia) che il ruolo di genitore comporta.

Vero è che il “maschile” e il “femminile” corrispondono a funzioni (anche qui, intese in senso simbolico, quindi indipendente dalle caratteristiche anatomiche della persona) distinte.

L’una più associata al contenimento emotivo, all’empatia, al rispecchiamento, l’altra più all’orientamento normativo, allo stimolo alla crescita e all’autonomia.

Entrambe fondamentali per la crescita equilibrata di un bambino.

Pensiamole come poli di un continuum: sappiamo che possono mescolarsi anche in una sola persona, altrimenti cadremmo in stereotipie di genere ormai superate e comunque non corrispondenti alla realtà.

Date queste premesse, ne consegue che il bambino ha bisogno non di un’anatomia maschile e un’anatomia femminile per diventare un adulto sufficientemente sano, e nemmeno, soltanto, dell’”amore”. Ha bisogno di un mix, che sarà ogni volta diverso, di queste due funzioni, che potranno essere svolte da uno (molto faticosamente, come sanno tutti i genitori “single”) o più agevolmente da due genitori capaci di assumersele e di svolgerle, con – appunto – amore, amore tra di loro come coppia e amore verso il figlio.

Certo non è finita qui… tanti sono i cosiddetti compiti di sviluppo, ovvero i traguardi che ad ogni tappa della sua crescita un bambino si trova ad affrontare, che solleciteranno i genitori a trovare nuove risposte, a cercarle dentro di sé e insieme all’altro genitore.

Le caratteristiche della relazione tra i genitori sono un modello fondamentale, per il bambino in crescita, di quel che significa volersi bene.

Anche in questo caso, la maturità della relazione di coppia, la sua capacità di crescere, evolversi, superare le sfide, essere tramite ed esempio di capacità di riconoscere e amare nell’altro sia il simile che il diverso, poco hanno a che vedere con l’identità anatomica della persona. I bambini lo sanno.

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