Bambini plagiati?

Bambini plagiati?

Aurora non vuole vedere il papà.

I suoi genitori si sono separati due anni fa, la mamma le ha sempre detto quanto lui l’abbia fatta soffrire, e lei lo ha visto bene.

Aurora ha appena compiuto 13 anni, ma parla e si atteggia come una piccola adulta.

Quando incontra la psicologa, porta tutte le ragioni della madre, e pare dimenticarsi di essere una preadolescente che frequenta la terza media.

Tutto il suo discorso è pieno di avvocati, mantenimento non corrisposto, inadeguatezze a carico del padre.

La sua mamma, invece, è dipinta come una regina.

Una regina ferita, ma per questo ancora più preziosa e meritevole della cura e della protezione della figlia.

Ma Aurora pensa anche al suo fratellino, che ha solo sette anni e che, sostiene, deve essere risparmiato dai dolori che lei e la mamma hanno subito.

Il papà cattivo, la mamma buona, la figlia una piccola eroina.

Ma questa è una favola sbagliata, in cui i piccoli crescono per finta, recitano a fare gli adulti perché è troppo pericoloso mostrarsi bisognosi.

Ciò che cresce per davvero sono invece i buchi dentro di loro, buchi di esperienze di fiducia, di sicurezza, di libertà espressiva.

I grandi fanno fatica, stanno male, si arrabbiano, se ne vanno. Come facciamo noi bambini a sentirci più sicuri?

Bisogna far capire alla mamma, che è rimasta con noi, che siamo dalla sua parte, che può contare su di noi.

Noi non siamo come il papà che la fa arrabbiare, che la lascia sola, noi le diamo, le daremo sempre ragione. Non avrà mai motivo di allontanarsi da noi.

Senza il papà saremo più forti, anzi, guarda, staremo anche meglio, saremo un tutt’uno che nessuno potrà separare.

Guai a chi dice alla mamma che sbaglia, chi osa attaccare la nostra fortezza.

La nostra fortezza è il posto più sicuro e anche il più bello del mondo. I cattivi sono fuori.

Questo è il mondo di molti bambini e adolescenti i cui genitori, dopo una separazione segnata da conflitti che sembrano non avere mai fine, non riescono a riconoscersi reciprocamente il ruolo genitoriale.

Troppo feriti, addolorati, arrabbiati, finiscono con il cercare , spesso inconsapevolmente, supporto e conforto nei figli.

I quali, certamente, glielo offrono, senza risparmiarsi, ricavandone un’attenzione, un valore, un merito che li fanno sentire amati e speciali. Ma a che prezzo?

Perché un bambino “rifiuta” di incontrare il papà o la mamma, dopo una separazione?

Quasi sempre, come nel caso di Aurora, questo rifiuto è l’esito di un lungo periodo in cui i bambini hanno assorbito paura e insicurezza.

A fronte di un cambiamento possibile nell’equilibrio raggiunto nella relazione con uno dei due genitori, rispondono costruendo muri, tracciando linee invalicabili per proteggere uno spazio, quello della relazione con il genitore “rimasto”, che sentono minacciato.

E se è minacciato quello spazio, è la loro stessa vita, che dipende dall’affetto di almeno un adulto, ad essere minacciata.

Non si tratta quindi di bambini “plagiati”, bensì di bambini che hanno imparato che l’amore è esclusivo, possessivo, e che solo questo tipo di amore dà la sicurezza.

Hanno imparato che sono importanti perché la mamma, o il papà, ha bisogno di loro, della loro incondizionata approvazione.

Salvo però fallire nella loro “strategia della fortezza”, perché più relazioni, esperienze, incontri, affetti escludono o squalificano come cattivi, più minacciato e quindi fragile sarà il loro mondo.

Troppe porte da tenere chiuse, che richiedono troppa della loro energia.

Spesso sono bambini o adolescenti molto bravi a scuola, perché capaci di aderire alle richieste dell’adulto.

Altre volte, al contrario, la loro fatica estrema si esprime nella caduta dell’apprendimento scolastico, nelle crisi d’ansia, negli incubi notturni.

Il papà o la mamma di un bambino “nella fortezza” devono quindi innanzitutto capire cosa nel loro modo di gestire la separazione nella coppia è stato trasmesso ai figli.

Interrogarsi sulle richieste, sia quelle esplicite che, altrettanto se non più importanti, quelle non dette, rivolte ai bambini: richieste dei genitori di essere compresi, giustificati, sostenuti, ascoltati dal figlio in modo esclusivo.

Aiutare il bambino che rifiuta l’altro genitore è un compito che spetta sia alla madre che al padre, perché entrambi, e solo loro, hanno la possibilità di “liberare” il proprio figlio, permettendogli di proseguire il suo cammino di crescita non saltellando su una gamba sola: per percorrere la sua strada di bambino sono necessarie due gambe, ovvero tutte le parti della sua storia familiare.

Questa storia è la base su cui costruire il suo futuro.

Nonostante le mancanze e gli errori dell’altro come partner, infatti, il bambino avrà sempre bisogno di potersi rapportare con entrambe le figure genitoriali.

Non bambini plagiati dunque, ma bambini che rispondono all’insicurezza con la rigidità di un cancello chiuso, tentando così di difendere quel che è loro rimasto come porto affettivo sicuro.

Temono di essere meno amati se, aprendo quel cancello, sentono di tradire uno dei due genitori.

Occorre dunque insegnare, partendo da sé, che l’affetto si può moltiplicare, si può dividere, senza che diminuisca il suo valore.

Serve trovare la forza per far sentire al proprio figlio che “può”: perché la mamma o il papà se la cavano, indipendentemente da lui, e gli mostreranno che i muri e le fortezze sono in realtà delle false protezioni.

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