Una mamma sola e una bambina arrabbiata: quale aiuto psicologico?

Una mamma sola e una bambina arrabbiata: quale aiuto psicologico?

Martina ha quattro anni e abita con la mamma, il suo papà vive in un’altra regione, e dopo la separazione dei genitori, incontra la bambina solo due volte al mese.

La mamma di Martina mi contatta perché non riesce a contenere i “capricci” della piccola. Con un po’ di imbarazzo, mi racconta che a volte Martina arriva a cercare di picchiarla, tirandole i capelli.

Se sono per la strada e il programma non è quello desiderato da Martina, la bambina ha perfino provato a tirarle sassi.

La signora, affranta, si chiede dove stia sbagliando.

Crede però che la figlia soffra per la separazione coniugale, anche perché il padre a suo parere non le dimostra un reale interesse.

Ritiene che continui a vederle la figlia solo per poter mantenere un contatto con lei.

Questa convinzione rende Elisabetta inquieta, rancorosa e preoccupata per il futuro della figlia.

Aggiunge che a suo parere Martina si adatti a quel che il papà le propone, che a suo parere non sono mai attività adeguate alla sua età, o di reale interesse per la bambina.

Come aiutare Elisabetta a sentirsi meno inquieta, Martina ad essere meno aggressiva, e il rapporto tra loro ad essere meno conflittuale?

In questi casi cerco di individuare, nel racconto della signora, il punto che mi descrive come più in dubbio, dove cioè la persona comincia a mettere in discussione le proprie convinzioni e il proprio modo di comportarsi.

Senza questa premessa, è  più difficile procedere. Elisabetta, però, mi aiuta, chiedendo un po’ a me, un po’ a se stessa: dove sto sbagliando?

Proseguendo nel lavoro, emerge che dietro i comportamenti rabbiosi e aggressivi di Martina, che alla scuola materna invece non emergono affatto, c’è il costante tentativo della mamma di accontentare la figlia ogni volta che può, perché così facendo le pare di compensare la figlia della sofferenza che – secondo lei – le avrebbe provocato separandosi dal marito.

Ecco allora individuato il nodo del senso di colpa, che porta Elisabetta a cedere davanti alle richieste della figlia.

Abbiamo potuto così dare una diversa lettura dei comportamenti “cattivi” di Martina: abituata ad averla sempre vinta, si sente vittima di un’insopportabile ingiustizia quando la mamma le nega qualcosa.

Di più: la bimba sente, di pancia, che la mamma ha proprio un’area vulnerabile, che la maestra dell’asilo non mostra, e lì “colpisce” con le sue richieste.

Così facendo, però, Martina sta anche aiutando tanto la sua mamma, che infatti, così colpita, inizia ad interrogarsi su di sé.

La aiuta cioè a diventare una mamma più forte, ma soprattutto a perdonarsi, a sentire di poter essere una buona mamma per Martina, e così a sentire di avere tutto il diritto, anzi anche il dovere, di darle qualche frustrazione, quando necessario.

Elisabetta temeva infatti di perdere l’affetto della figlia, che pensava le avrebbe dato tutta la colpa di aver mandato via il papà.

Nel cercare di compensare tale presunta colpa, sembrava fare sempre più danno, creando crescente insoddisfazione nella bambina.

Una volta chiarita questa dinamica con la psicologa, nel corso di alcune sedute, Elisabetta ha iniziato a sentirsi meno preoccupata di perdere il legame con la bambina, che temeva potesse vedere lei come la cattiva e il papà come il buono.

Ha cominciato a essere più serena quando Martina incontrava il papà, e al tempo stesso a legittimarsi di più certi “no” di cui prima aveva lei stessa paura, come se ogni no potesse allontanare Martina da sé.

La bambina ha accolto in realtà meglio del previsto questi cambiamenti, godendo della maggiore serenità della mamma.

Oggi Martina è una bimba vivace e allegra, molto attaccata alla mamma e sempre contenta di incontrare il suo papà.

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